Sembrano passati pochi giorni da quando abbiamo salutato l'arrivo del 2007
con il suo carico di buoni propositi e di cose da fare, che è già tempo di
metterlo in archivio constatando come buona parte delle promesse fatte a suo
tempo sono rimaste tali, fagocitate dalla frenesia del quotidiano che corre
come un treno impazzito su binari sempre più traballanti. Ed è un duplice
sentimento di rabbia ed amarezza quello che accompagna questa constatazione:
amarezza per la consapevolezza di avere assottigliato il tempo a
disposizione; rabbia per non avere avuto la forza di tirare quel freno di
emergenza che avrebbe frenato la corsa del treno, permettendomi di avere una
visione meno sfocata del panorama che ci sfila accanto.
Mi piace paragonare
la nostra esistenza ad un viaggio in treno: chiusi all'interno di cabine
strette - più o meno confortevoli a seconda di avere avuto la fortuna di
pescare un biglietto di prima o di seconda classe costretti a vivere gomito
a gomito con volti e anime messe al nostro fianco dal fato e, soprattutto,
in balia di un conduttore il cui volto ci è ignoto, così come la
destinazione, verso la quale marciamo a velocità sempre più folle. Velocità
che è uno dei tanti vocaboli che caratterizzano il nostro vivere. E
probabilmente il più pericoloso. Non solo perché velocità significa aumento
esponenziale delle possibilità di perdere il controllo (cosa che sta
avvenendo pressoché ovunque: dal mondo del lavoro dove il progresso
tecnologico che avrebbe dovuto alleviare le nostre fatiche sta invece
finendo per amplificarle a causa dalla sempre crescente necessità di ridurre
i costi e aumentare la redditività, a quello dei rapporti umani che invece
di essere agevolati dai moderni mezzi di comunicazione diventano ogni giorno
più asettici ed impersonali) ma soprattutto perché ci impedisce di vedere e
di apprezzare le migliaia di cose che ogni giorno ci regala e che, come i
paesaggi che scorrono dal finestrino di un treno, non riescono a catturare
la nostra attenzione che per un istante. Se abbiamo dunque ancora un
desiderio con cui completare la nostra lettera a Babbo Natale, vi consiglio
di chiedere la forza di tirare il freno d'emergenza, in modo da rallentare i
nostri ritmi forsennati, da non lasciarci sopraffare dalla perversa logica
dell'usa e getta che ci spinge ad avere di tutto e ad apprezzare niente, e
di tornare finalmente padroni di noi stessi. Chi sorride di fronte a ciò,
affermando che si tratta di un'utopia, sbaglia: si tratta solo di fare delle
scelte, valutando con attenzione ciò che è davvero importante. E che non
necessariamente collima con quanto, correndo a 300 all'ora in una situazione
dai contorni sfocati, vogliono farci credere tale.
Ma per compiere queste scelte è necessario fermare il treno.
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